Cultura

La lampade di Casale in mostra a Padova

La Comunità Ebraica di Padova presenta

Una luce dirada l’oscurità

Mostra di Chanukkiot, i lumi della tradizione ebraica

dal 29 ottobre 2020 al 18 gennaio 2021 al Museo della Padova Ebraica, Palazzo Moroni, Palazzo della Ragione, Università, Museo Diocesano e Basilica del Santo.

Luce e design, modernità e tradizione. Prenderà il via il 29 ottobre fino al 18 gennaio la prima mostra delle Chanukkiot, le lampade a nove bracci della tradizione ebraica rivisti e ridisegnati da artisti e designer italiani e internazionali. Venti lumi che fanno parte della collezione della Fondazione Arte Storia e cultura ebraica di Casale Monferrato e Piemonte Orientale troveranno una loro temporanea collocazione nei luoghi-simbolo della città di Padova come il Palazzo della Ragione, Palazzo Moroni, l’Università, il Museo Diocesano e la Basilica del Santo. Altre lampade verranno collocate nella sede del Museo della Padova Ebraica in via delle Piazze. L’iniziativa è stata fortemente voluta dalla comunità ebraica di Padova per rinsaldare ancor di più il già stretto legame con la città.

La tradizione

La Chanukkià è un candelabro a nove bracci che viene acceso durante la festività ebraica di Chanukkà.  La festa dura otto giorni e ogni sera si aggiunge al candelabro una candela. Le candele sono nove, perché una, quella centrale, chiamata Shamash, il servitore, si usa per accendere le altre.

L’uso di accendere candele nei giorni più bui dell’anno ha origini molto antiche e risalgono a quando  la Giudea era sotto il dominio dell’Impero Seleucide. Il re siriano Antioco IV Epifane, impose agli abitanti pesanti tributi, proibì la pratica della fede ebraica, profanò il tempio di Gerusalemme, facendovi erigere una grande statua di Giove e celebrare riti pagani. Il sacerdote ebreo Mattatia e i suoi cinque figli, soprannominati Maccabei, si posero a capo di una rivolta, che portò alla liberazione della Giudea. Nell’anno 165 a.C. uno dei figli di Mattatia, Giuda Maccabeo, entrò nel tempio con i suoi seguaci, per abbattere gli idoli e riconsacrarlo.  Per farlo era necessario accendere i lumi, ma nel Santuario si trovò olio sufficiente per un solo giorno. E fu allora che si verificò il miracolo: inspiegabilmente, l’olio durò per otto giorni, il tempo necessario per procurarne del nuovo.

Per questo la festa di Chanukkà dura otto giorni e ogni sera, allo spuntare delle stelle, si aggiunge al candelabro la luce di una candela. 

Nel tempo la festa ha assunto significati diversi: celebra la vittoria dei pochi che hanno sconfitto i tanti e sono riusciti a riconquistare la libertà. Ed è questo il concetto che la mostra Una luce dirada l’oscurità vuole oggi tradurre come libertà di professare non solo la propria religione ma più in generale la propria identità. 

E celebra il miracolo della luce: da più di 2.000 anni gli ebrei accendono le luci di Chanukkà proprio nei mesi più bui dell’anno.

Per questi motivi la Comunità Ebraica di Padova ha voluto allestire questa mostra, nonostante tutte le difficoltà di questo momento: per ricordare e testimoniare che la luce vince sempre sull’oscurità e che integrazione, tolleranza, dialogo devono essere strada maestra per il futuro della città e di tutti noi.

Omar Ronda

Le location e le opere

Al palazzo della Ragione esporrà l’opera di Omar Ronda. La sua chanukkià è realizzata in brillanti tasselli multiformi di plastica colorata inseriti nella sagoma dorata della menorah, tradizionale candelabro ebraico i cui bracci simboleggiano i giorni della creazione; lo shamash (“servitore” in ebraico, ossia la candela che accende le altre) è posizionato al centro. Il piedistallo ha intarsi di plastica che ricordano l’occhio blu, amuleto contro il malocchio, la cui origine risale all’Antico Egitto. Si ritiene che questo piccolo ciondolo, molto diffuso in Medio Oriente, protegga chi lo possiede dalla gelosia altrui e dal male in generale.

Nel Cortile Nuovo dell’Università troverà posta la chanukiah di Marco Lodola, la cui opera è formata da un alto parallelepipedo nero sulla cui sommità sono allineate otto mani colorate e illuminabili al neon, presentate frontalmente che simboleggiano gli otto lumi della chanukiah. Sulla superficie dell’alto basamento rettangolare, in posizione centrale, campeggia la nona mano, l’unica di colore bianco, simbolo del nono lume, lo shamash; a inquadrarla, due sagome di colonne antiche stilizzate con figure di leoni. L’opera è identica sia nella parte anteriore sia in quella posteriore, ed è illuminabile attraverso una serie di interruttori collocati nella sezione laterale sinistra del basamento.

Roland Topor

Nel Cortile pensile di Palazzo Moroni verrà esposta la lampada di Roland Topor.

Il lume si presenta con la forma di due grandi mani dalle dita ben distanziate che hanno la particolarità di essere unite da un unico pollice con funzione di shamash. Le nove dita sulla sommità si allungano come fossero piccole fiamme stilizzate e fanno da appoggio ai tradizionali lumi per l’accensione. La firma dell’autore è incisa in modo evidente sulla parte sinistra dell’opera. Un basamento di forma rettangolare sorregge tutta la struttura. La sintesi visiva tipica dell’invenzione poetica di Topor è qui molto ben rappresentata. La forma di più elementi (dita e mani) diventa una sola.

Nel Chiostro Generale della Basilica del Santo verrà esposto il lume di Guy De Rougemont. Nell’opera ha molta importanza la parte inferiore, di supporto alla lampada vera e propria: si tratta di una grande struttura in acciaio verniciato, lavorata in altezza, dominata dall’incontro e dall’intreccio delle barre metalliche. La struttura evoca, nei movimenti, complessi giochi geometrici, basati sulla figura del triangolo: perfettamente concatenati nella parte bassa, i triangoli divengono sporgenti nella zona centrale, dove le quattro figure danno origine a una forma romboidale. Più in alto, al termine dell’insieme, un lato dell’ultimo triangolo diventa la base d’appoggio per i nove portalumi tubolari disposti frontalmente con lo shammash in posizione centrale e rialzata.

Il Salone dei Vescovi del Museo Diocesano ospiterà la chanukkià di Antonio Recalcati.

L’opera, in bronzo fuso, parte da un basamento in marmo sul quale si innesta la struttura portante costituita da una serie di nove fogli in bronzo che raffigurano i biglietti piegati e inseriti nel Muro del Pianto a Gerusalemme, giustapposti e appoggiati verso l’esterno, sia a destra sia a sinistra. Sulle lastre in bronzo sono poggiati i lumi per l’accensione. La struttura finale risulta bassa, con due grandi bracci molto sviluppati nel senso della larghezza.

Nella Sinagoga sarà possibile ammirare il lume di Arnaldo Pomodoro.

Sulla putrella sono inserite due lastre di bronzo sulle quali si tracciano le trame e i segni caratteristici del linguaggio espressivo dell’artista: trafitture irregolari e fitte, cunei, fili, denti. Si notano una serie di segni astratti e immaginari per formare un racconto che si connettesse in generale con l’idea del pensiero, dell’esperienza della memoria.

Oltre a quelli elencati, ecco gli altri artisti che esporranno al Museo in via delle Piazze:

Dario Brevi, Alì Hassoun, Tommaso Chiappa, Davide Nido, Emanuele Luzzati, Marco Porta, Tobia Ravà, Elio Carmi, Aldo Mondino, Teresa Lucia Rossi, Vito Boggeri, Franca Bertagnolli, Giorgio Laveri e Marcello Mastro.

Daria Carmi, young curator della collezione Lumi di Channukah 
La collezione Lumi di Chanukkah è il risultato di un processo attivo da più di vent’anni, che investe una comunità diffusa nel mondo, ma radicato profondamente nel tessuto sociale, storico e culturale di Casale Monferrato. Gli artisti coinvolti osservano la storia, riflettono sul valore intimo, personale, dell’identità ebraica e sul suo senso nella contemporaneità: creano un oggetto a partire dal suo valore d’uso  tradizionale per metterne in luce il valore simbolico. Minimo comune denominatore l’esigenza di esistere e di essere portatori di senso, quella degli ebrei, della cultura ebraica e dell’importante ruolo che le comunità ebraiche hanno nel tessuto sociale, e quella delle opere d’arte, di una cultura che vuole illuminare il buio, renderlo significante, elemento di incontro, di benessere collettivo, soprattutto in un oggi così difficile da elaborare e interpretare. Un oggi in cui speriamo tutti che quella verso il futuro prossimo sia una strada di rinascita profonda e questa mostra certifica un rinnovato patto fra Casale Monferrato e Padova, fra due comunità ebraiche italiane, fra la cultura ebraica contemporanee e le città che la assorbono, vivono, esprimono.”

Commenta l'articolo

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Iscriviti alla Newsletter

Seguici su Facebook